mark hertsgaard

Independent Journalist & Author

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Fare a meno del petrolio

Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori. È l’incipit di Una storia tra due città di Charles Dickens, romanzo sulla Parigi della fine del XVIII secolo, frase intramontabile che ben si adatta altresì alla battaglia dei nostri tempi contro il cambiamento globale del clima.

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Perché tempi migliori? Perché la consapevolezza da parte dell’opinione pubblica di quella che Al Gore definisce “un’emergenza planetaria” non è mai stata più grande, perfino negli Stati Uniti dove a lungo ha predominato un atteggiamento di diniego. Ma c’è di più: la gente, i governi, le aziende di tutto il mondo non si limitano più a parlare di questo problema. Stanno passando all’azione.

La California, lo Stato dal quale provengo, la sesta economia più importante del mondo, ha proibito con successo la costruzione di nuovi impianti energetici alimentati a carbone, approvando una normativa che impone di ridurre le emissioni di gas serra dello Stato e di riportarle ai livelli degli anni Novanta entro il 2020. L’Unione europea, l’economia più potente del mondo, ha annunciato che taglierà le proprie emissioni di gas serra del 20 per cento entro il 2020, aumentando al contempo del 20 per cento la produzione di energia solare e di altre forme di energia sostenibile.

Questi esempi tra infiniti altri evidenziano un indubitabile cambiamento di rotta. Nei vent’anni trascorsi dacché mi occupo di cambiamenti climatici nel mondo, non rammento un altro periodo altrettanto gravido di rosee speranze e possibilità. Per la prima volta, pare sinceramente plausibile (quantunque si sia lontani dalla certezza matematica) supporre che la nostra civiltà potrebbe mettere in disparte per sempre il petrolio, il carbone e gli altri combustibili fossili responsabili del riscaldamento globale.

C’è tuttavia un’insidia, una grossa insidia, ed ecco perché parlo di tempi peggiori. Soltanto pochissime persone hanno compreso che abbandonare i combustibili fossili è soltanto metà della battaglia. La terribile e scomoda verità è che anche se passassimo interamente all’energia solare, alle automobili ibride, ad altre tecnologie verdi, una cosa è certa: il cambiamento del clima in futuro peggiorerà, per molti anni a venire.

Il motivo di ciò è da ricercarsi nell’inerzia del sistema climatico terrestre. Giacché l’anidride carbonica resta nell’atmosfera per decenni e gli oceani immagazzinano il calore per secoli, intercorrerà un lungo lasso di tempo tra quando le emissioni caleranno e quando il pianeta smetterà di surriscaldarsi. David King, consigliere capo scientifico del governo del Regno Unito, mi ha spiegato che, anche se all’improvviso e istantaneamente tutto il genere umano smettesse di rilasciare biossido di carbonio nell’atmosfera (cosa del tutto impossibile), le temperature globali continuerebbero a salire per altri 25 anni.

Considerando poi che occorreranno quanto meno 25 anni per disabituare la nostra civiltà a utilizzare i combustibili fossili, la Terra di fatto si troverà alle prese con temperature in aumento per altri 50 anni. Questo aumento delle temperature implicherà un impatto sempre più violento, per esempio l’innalzamento dei livelli dei mari, tempeste sempre più impetuose, inondazioni e siccità sempre più devastanti. Di che riflettere, non vi pare?

Quanto detto impone una revisione radicale delle modalità con le quali i singoli cittadini e i governi riflettono su questo problema. La nostra civiltà è entrata in una nuova era di cambiamento del clima e il nostro modo di ragionare deve cambiare di conseguenza.

Il nuovo modello deve tener conto e prendere atto del fatto che la battaglia per prevenire il cambiamento del clima è terminata, ed è iniziata la corsa alla sopravvivenza, una corsa che durerà per il resto delle nostre vite e avrà luogo su due binari. Da un lato dovremo intensificare i nostri sforzi volti a perseguire l’obbiettivo tradizionale di procedere a una drastica riduzione delle emissioni, senza la quale la nostra civiltà non potrebbe altrimenti sopravvivere tra poche altre generazioni.

Dall’altro lato e al contempo, governi, singoli cittadini, aziende e industrie dovranno prepararsi ad affrontare l’aumento delle temperature e l’impatto che queste — inevitabilmente, ormai — avranno. Particolari sforzi si renderanno necessari per proteggere i poveri di tutto il mondo, perché saranno loro a subire per primi e più gravemente le conseguenze del riscaldamento terrestre, al quale per altro proprio loro non hanno contribuito in nulla.

I giorni migliori, i giorni peggiori. Il genere umano pare finalmente pronto a ripudiare i combustibili fossili che stanno mettendo a rischio il nostro futuro. Nel frattempo, nondimeno, la tempesta incombe su noi tutti e noi tutti dovremo fare del nostro meglio per sopravviverle.


Mark Hertsgaard: giornalista, autore di cinque libri tradotti in 16
lingue, sta ultimando ‘Hot: Living Through the Next Fifty Years on
Earth’, traduzione di Anna Bissanti

(01 ottobre 2007)

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About Mark

Independent journalist Mark Hertsgaard is the author of seven books that have been translated into sixteen languages, including Bravehearts: Whistle Blowing in the Age of Snowden; HOT: Living Through the Next Fifty Years on Earth; and A Day in the Life: The Music and Artistry of the Beatles. He has reported from twenty-five countries about politics, culture and the environment for leading outlets, including The Guardian, Der Spiegel, Vanity Fair, The New Yorker, Time, Mother Jones, NPR, the BBC and The Nation, where is the environment correspondent. He lives in San Francisco.

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