mark hertsgaard

Independent Journalist & Author

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Vivere sull’orlo dell’apocalisse

Inondazioni e uragani: questo ci riserva il futuro. E la tragedia di
New Orleans dimostra che non sappiamo affrontarli. E che con tutto il
nostro hi-tech subiamo i disastri proprio come il Bangladesh

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Anisur Rahman è il sindaco di un villaggio che gli sta letteralmente scomparendo sotto i piedi: è questa la sorte che attende Antarpara, attraversato dal fiume Brahmaputra, uno dei maggiori dell’Asia. Il Brahmaputra, che ha origine dallo sciogliersi delle nevi dei monti himalayani, si immette in quella bassa pianura che è il Bangladesh per poi sfociare nell’Oceano Indiano. I secoli hanno insegnato alle popolazioni locali come far fronte all’inondazione che ogni si ripetono ogni anno. La gente le vede con favore, nonostante i trenta centimetri d’acqua che talvolta allagano loro capanne. Perché senza la piena i campi non sarebbero fertili. Secondo il sindaco, però, le cose ora sono diverse: “Questo fiume viene dall’India. Per qualche motivo l’acqua in India sta aumentando: le inondazioni qui sono sempre più devastanti. Spazzano via le nostre case e persino la terra su cui sorgono. In questo villaggio prima vivevano 239 famiglie: ora ne sono rimaste 38”.

Ne parliamo percorrendone gli argini. E intorno a noi si sono raggruppati decine di abitanti, per lo più donne che indossano sari dai colori vivaci con i figli abbarbicati al collo. “Negli ultimi 28 anni, mi è toccato traslocare sette volte”, racconta Charna, madre di due bambini: “Una volta vivevo laggiù,”, dice indicando un’area a metà del fiume: “Poi le alluvioni hanno strappato via anche il terreno e io mi sono dovuta trasferire”.

Ma anche qui lo spazio ormai è ridottissimo; il Bangladesh è il paese più densamente popolato del mondo. Mentre mi giro a salutare, vedo che il sindaco tiene in braccio sua figlia, una graziosa bimba di 18 mesi, la stessa età di mia figlia. Certo, il sindaco vuole che lei un giorno vada a scuola, ma ciò non avverrà ad Antarpara. Sentenzia: “Quando lei avrà quell’età, il villaggio non ci sarà più”.

Dall’altra parte del mondo, Beverly Wright si domanda per quanto tempo ancora esisterà New Orleans, la sua città natale. Wright vive nel quartiere che si chiama New Orleans East. Nel corso di un sopralluogo, ho guidato a lungo per le strade di New Orleans, isolato dopo isolato, passando di fronte ad edifici distrutti e disabitati nella zona orientale e nella ormai tristemente famosa Lower 9th Ward, l’epicentro del disastro del 2005.

L’uragano Katrina ha devastato anche quartieri abitati dai bianchi benestanti come Lakeview, ma sono i neri e i poveri a soffrire. “La gente vuole tornare ma non può: non ha lavoro, né un posto dove stare e il governo federale non dà aiuti finanziari”. Wright teme poi per la vulnerabilità di New Orleans agli uragani. In qualità di direttore del Deep South Center for Environmental Justice alla Dillard University, sa che gli scienziati prevedono che negli anni a venire i cicloni diverranno più violenti.

La metropoli saprà resistere meglio? I genieri dell’esercito hanno ricostruito alcuni degli argini; ma le paludi della Louisiana, una barriera naturale che rallenta la forza degli uragani, sono a pezzi: la furia di Katrina è stato il colpo di grazia dopo decenni di imprudente sviluppo urbanistico e di trivellazioni petrolifere. Ma, insiste Wright: “Se siamo vigili, possiamo rendere New Orleans la città costiera più sicura del mondo e usarla come modello per aiutare il resto del paese a prepararsi contro gli effetti del surriscaldamento globale”.

È vero? È davvero possibile proteggere New Orleans, che si estende per lo più sotto il livello del mare, dall’innalzamento delle acque causato dal global warming, un innalzamento che gli scienziati avvertono potrà essere di 30-90 centimetri? E per quanto riguarda il Bangladesh? Come si fa a difendere un paese basso che è minacciato non solo dall’oceano che ha di fronte, ma anche da fiumi che si trovano alle sue spalle? Anche qualora tale protezione fosse tecnicamente raggiungibile, quanto costerebbe? E chi se ne farebbe carico?

New Orleans, come il Bangladesh, sarà ricordata come una delle prime grandi sconfitte causate dal riscaldamento globale. Non perché Katrina o le inondazioni che tormentano il Bangladesh possano essere scientificamente collegate al global warming: il nostro pianeta è troppo complesso per poter attribuire ciascun evento ad una singola causa specifica. Il punto è che tali eventi rientrano in uno schema più ampio: uragani e inondazioni violenti rappresentano esattamente quanto previsto dagli scienziati come conseguenza del clima impazzito.

Il Bangladesh e New Orleans lasciano quindi intravedere ciò che sarà il futuro dell’umanità. E dimostrano anche la terribile ingiustizia che sta alla base del global warming: il riscaldamento della Terra è stato provocato dai gas serra emessi negli ultimi 200 anni dai paesi ricchi, tuttavia i suoi effetti tendono a punire i poveri di oggi. E questa realtà storica conduce a chiedersi che entità possano avere i risarcimenti per far fronte ai danni dei cambiamenti climatici. “I poveri di tutti i continenti stanno subendo le conseguenze più drammatiche di un disastro che è stato causato dai ricchi. Pertanto quest’ultimi devono pagare per aiutarli a difendersi”, afferma Saleemul Huq, nativo del Bangladesh, che dirige il gruppo sui cambiamenti climatici dell’Istituto internazionale per l’Ambiente e lo Sviluppo di Londra.

New Orleans e il Bangladesh chiariscono anche un’altra verità: una verità meno riconosciuta, che non conforta né ricchi né poveri. Secondo quanto dichiarato dal gruppo intergovernativo di esperti dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) vincitori del Premio Nobel per la pace 2007, il riscaldamento globale peggiorerà. E, anche qualora il mondo dovesse fermare oggi stesso tutte le emissioni di anidride carbonica, “le temperature continuerebbero a salire per circa 25 anni”, spiega Sir David King, consulente scientifico del governo britannico. Eppure, pochissimi governi hanno recepito questo messaggio: la Gran Bretagna e i Paesi Bassi sono in cima all’elenco, ma si tratta di una lista corta. I britannici e gli olandesi stanno spendendo un miliardo di dollari l’anno ciascuno per migliorare la qualità delle loro difese.

Gli olandesi hanno persino ideato uno slogan – ‘Siamo qui per restarci’ – allo scopo di rassicurare gli investitori. L’Unione europea ha tenuto un vertice per discutere la materia, così come ha fatto anche l’Italia, ma nessuna azione concreta è stata ancora intrapresa.

In Bangladesh, invece, gli agricoltori stanno prendendo misure in modo del tutto autonomo. L’innalzamento del mare sta già spingendo l’acqua salata verso l’entroterra e fa diminuire la produzione di riso, alimento base della popolazione. Gli agricoltori si adattano convertendo le coltivazioni in allevamenti di gamberetti che tollerano l’acqua salata. Ma la povertà del Bangladesh preclude grandi investimenti necessari per proteggere davvero il paese dal dissesto. Negli Stati Uniti invece il governo ha i mezzi ma non ha la volontà di portare avanti gli interventi. “È difficile affrontare un problema di cui non si vuole ammettere l’esistenza”, spiega Richard Klein del Stockholm Environment Institute.

La prova evidente della gravità della situazione è New Orleans. Ancora una volta, la retorica è impressionante: sia la Casa Bianca che il Congresso sostengono di volere costruire una protezione totale per la metropoli, ma non fanno nulla. La conclusione appare chiara: l’America sta trattando una delle sue grandi città come un ferito abbandonato sul campo di battaglia. Hassan Mashriqui è professore alla Louisiana State University Hurricane Center ed è nativo del Bangladesh. Nei mesi successivi a Katrina, amici e familiari sono venuti dal Bangladesh a trovarlo, e lui li ha portati in giro per New Orleans. Mashriqui racconta che sono rimasti tutti sconcertati dallo stato di abbandono: “Mi hanno detto: ‘Persino in Bangladesh, poveri come siamo, avremmo ricostruito se una delle nostre città gioiello fosse stata colpita'”.

Non v’è garanzia che New Orleans o qualsiasi altra città possa prepararsi a convivere con gli effetti a lungo termine del riscaldamento globale. Se ad esempio se la corrente del Golfo si chiudesse e gettasse sul nord Europa temperature polari, o se la coltre glaciale si sciogliesse così in fretta da causare un innalzamento del livello dei mari, la partita si chiuderebbe.

È difficile prevedere come la civiltà possa sopravvivere a tali cataclismi. L’amara verità è che la battaglia per prevenire il riscaldamento globale è finita; adesso, è iniziata la corsa alla sopravvivenza. Una corsa che metterà alla prova l’ingegno umano, le istituzioni e i valori, come mai prima d’ora. Non possiamo difendere tutte le persone e tutti i luoghi che vorremmo: alcune perdite sono inevitabili. Tuttavia la situazione non è disperata. Sappiamo molte delle cose che è necessario fare e abbiamo considerevoli risorse a disposizione. C’è brutto tempo davanti a noi, ma se teniamo la testa a posto, possiamo trovare il modo di sopravvivere alla tempesta.

traduzione di Rosalba Fruscalzo
(23 ottobre 2007)

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About Mark

Independent journalist Mark Hertsgaard is the author of seven books that have been translated into sixteen languages, including Bravehearts: Whistle Blowing in the Age of Snowden; HOT: Living Through the Next Fifty Years on Earth; and A Day in the Life: The Music and Artistry of the Beatles. He has reported from twenty-five countries about politics, culture and the environment for leading outlets, including The Guardian, Der Spiegel, Vanity Fair, The New Yorker, Time, Mother Jones, NPR, the BBC and The Nation, where is the environment correspondent. He lives in San Francisco.

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